“Gertrude” al Teatro Torlonia: la regina al centro dell’ombra di Amleto
09/03/2026
Al Teatro Torlonia, dal 5 al 15 marzo, Shakespeare torna in scena da un’angolatura laterale e necessaria: non l’eroe tormentato, non il principe che domina l’immaginario collettivo, bensì la figura che, nell’“Amleto”, resta spesso stretta fra giudizio e sospetto. Gertrude, testo di Annalisa De Simone con la regia di Mario Scandale, porta sul palco Mascia Musy insieme a Jonathan Lazzini, Domenico Pincerno e Arianna Pozzi, e sceglie una prospettiva radicale: raccontare una donna mentre prova a rimanere viva, integra, presente, in un mondo che le chiede invece purezza, espiazione, rinuncia.
Gertrude è regina, madre, vedova, nuova sposa. È il bersaglio ideale di ogni semplificazione morale: complice oppure innocente, consapevole oppure cieca, colpevole per azione o per omissione. Il lavoro non cerca scorciatoie, preferisce stare nella zona che brucia: quella in cui l’identità non si riduce a un verdetto, e la complessità diventa carne, voce, respiro.
Una madre sotto processo: desiderio, colpa, sguardi maschili
Il cuore della messa in scena è un attrito che non concede tregua. Attorno a Gertrude si addensa una costellazione di sguardi maschili: accuse, pretese, gelosie, aspettative. La donna diventa il campo di battaglia su cui gli altri misurano potere e controllo, e la maternità si trasforma in un tribunale permanente. La frizione con il figlio si fa sempre più dura, ma “Amleto” rimane fuori scena: una presenza dietro le quinte che non scompare mai davvero.
È un’assenza che agisce come un magnete. Il figlio è persecuzione e richiamo, amore e condanna, nodo che stringe e non allenta. Il testo lavora su quella verità che molte madri riconoscono senza bisogno di grandi enunciazioni: i figli restano addosso, anche quando non ci sono; e l’idea di ciò che dovrebbero essere — o di ciò che pretendono che la madre sia — può diventare un’ossessione.
La piscina vuota: un luogo di origine e perdita
Lo spazio scenico è una scelta che parla da sola: una piscina vuota. Un luogo che ha conosciuto l’acqua, il gioco, una felicità fisica e infantile, e ora conserva soltanto la forma di ciò che non c’è più. L’acqua manca, eppure pesa: diventa liquido amniotico, memoria del principio, promessa di protezione e, insieme, vertigine della perdita.
Dentro quel vuoto gli attori non hanno difese. I corpi cercano un equilibrio impossibile, come se l’acqua potesse tornare da un momento all’altro; ma non torna. Resta la cavità, la risonanza: ogni parola e ogni gesto si amplificano, ogni esitazione diventa udibile, ogni silenzio ha un’eco. È lì che Gertrude prova a resistere: non come simbolo, non come funzione drammaturgica, ma come donna che attraversa desiderio, colpa, memoria, e il bisogno ostinato di non essere ridotta a un’unica colpa.
Articolo Precedente
Lazio, 11 milioni per rilanciare il commercio di vicinato: finanziate Reti d’Impresa e mercati rionali
Articolo Successivo
Regione Lazio, 85 milioni per innovazione e filiere tecnologiche
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to